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Gradualità, lentezza, flessibilità e insieme: gli ingredienti per rivoluzionare l’approccio educativo. 

 

Sono proprio queste le parole chiave, a mio parere, per avere successo nella trasformazione del nostro approccio educativo, orientandolo verso una sempre maggiore frequentazione dell’ambiente esterno. Per spiegare questo concetto vi racconto di quando abbiamo deciso di virare verso l’approccio dei “Waldkindergärten”, gli asili nel bosco tedeschi. Penso che le storie possano interessare di più̀ delle teorie e quindi possano farci apprendere meglio.

Gestivo scuole da oltre 15 anni ed ho sempre optato per un frequente utilizzo degli spazi esterni. Il nido che gestivo si chiamava “L’Emilio”, nome che ho tratto dal trattato pedagogico di Rousseau. Sulle nostre magliette c’era scritto “Non voglio che l’Emilio trascorra il suo tempo nell’aria viziata di una stanza, ma giochi e corra in mezzo a un prato. Cadrà̀ e imparerà̀ a rialzarsi”. Insomma una certa predisposizione al fuori era sicuramente presente, poi incontro i ‘’Waldkindertärden’’ e me ne innamoro. Ho visto bambini autonomi, competenti e felici, educatrici pacate che ascoltavano molto e intervenivano poco, ma soprattutto ho notato come l’aula bosco fosse particolarmente funzionale ai bisogni dei bambini e delle bambine e al raggiungimento di quelle stesse competenze su cui il Ministero – attraverso le Indicazioni Nazionali per il Curricolo della Scuola dell’infanzia – ci invitava a lavorare.

All’epoca tra “l’Emilio” e la “Sissepo’” ospitavamo oltre 150 bambini e bambine. Organizzammo un incontro con le famiglie perché́ eravamo decisi ad iniziare una sperimentazione di “Outdoor Education”, così come la intendevano i tedeschi. La riunione fu molto partecipata e decidemmo di proiettare un filmato in cui venivano mostrati i bambini nella loro quotidianità̀ al Waldkintergärden.

Prima immagine: bambini felici che saltavano nelle pozzanghere sotto un acquazzone. Metà della platea sviene. Seconda scena: bambini che lavorano con un coltellino. Il resto della platea sviene. Dopo una necessaria opera di rianimazione collettiva rassicurai le famiglie dicendo loro che quello che avevano visto era solo un orizzonte verso cui tendere, che non avremmo dato i coltelli ai bambini e che era nostra intenzione camminare lentamente, gradualmente e soprattutto insieme verso quella direzione. Solo 6 di quelle famiglie allora presenti aderirono alla nostra sperimentazione. Nella prima fase convenimmo con i genitori che saremmo stati fuori tutti i giorni, dopo la merenda delle dieci, con condizioni meteo rassicuranti e ovviamente qualora la maestra, valutati bisogni e interessi dei bambini e delle bambine, lo avesse reputato funzionale. Questo periodo durò circa quattro settimane durante le quali chiedemmo spesso alle famiglie come stessero vivendo l’esperienza, sia loro che i loro pargoli/e. Le loro risposte rassicuranti incoraggiarono a chiedere loro il permesso di uscire un giorno di pioggia

“Che volemo fa’ co ‘ste tute antipioggia che abbiamo fatto veni’ dalla Danimarca? Le vogliamo sfodera’ o le abbiamo prese pe decorà la parete? Domani c’è pioggia, che dite, li facciamo uscì?” Queste furono le parole che usai in quel memorabile giorno e ve le racconto per aprire una piccola parentesi non tanto sulle parole, ma sulle emozioni che accompagnavano quel messaggio. Le emozioni sono il primo flusso comunicativo che collega le persone, esse aprono le porte dell’ascolto o erigono barriere, le parole arrivano dopo e possono beneficiare di sentieri ampi e profondi, se le emozioni che le accompagnano sono piacevoli, o imbattersi in diversi ostacoli nel caso contrario. La strategia funzionò e i genitori pur con dubbi e resistenze, che io reputavo lecite, acconsentirono. La mattina seguente fu un vero spettacolo. L’arrivo dei genitori fu esilarante, chi aveva portato 3 mantelline (perché́ non si sa mai), chi mi aveva lasciato per l’ennesima volta il suo numero di telefono (per ogni evenienza) e chi mi chiese “Ma siamo sicuri di quello che stiamo facendo?”. Io mi feci trovare con un bell’animo sereno e con molto entusiasmo nello zaino, accolsi senza giudicare le paure delle famiglie e li ringraziai uno ad uno per il coraggio e la fiducia che ci stavano donando. Non ne ho le prove ma penso che qualcuno si sia arrampicato sull’albero, con termometro e sciroppo, per tenere sotto controllo la situazione senza disturbare. Anche il momento in cui proposi alla classe di uscire fu molto divertente. Dopo aver detto loro ‘’Dai, prepariamoci, che usciamo’’ cominciarono a guardarmi perplessi e pure un po’ preoccupati. Le loro facce dicevano “Maestro, ma piove, dove vuoi che andiamo?” “Il maestro non sta bene!”

“Paolo ci sta facendo uno scherzo come sempre”. Impiegai un po’ di tempo a convincerli che stavo parlando seriamente e a rassicurarli che i loro genitori erano d’accordo e che avevo le prove scientifiche che la pioggia non avrebbe rovinato le loro fantastiche tutine. Lascio a immaginare a voi la bellezza che respirammo una volta usciti, ma vi dico che tutta quella bellezza e energia ce l’ho scolpita nel cuore e mi è di grande aiuto ogni volta che mi trovo dinanzi ad una scelta coraggiosa. Il giorno seguente, ovviamente dedicai del tempo all’ascolto delle famiglie, chiesi loro come fossero stati i bambini e le bambine e se avessero segnali di malattie incombenti. Mi risposero che i piccoli e le piccole erano felicissime, alcuni di loro si erano addormentati beati molto presto e tutti godevano di ottima salute. Quello stesso giorno mi diedero il permesso di uscire ogni qualvolta lo reputassi opportuno e con qualsiasi condizione meteo. Oggi il problema più̀ grande che ho è tranquillizzare i genitori che rimangono perplessi se in una fantastica giornata di pioggia ce ne restiamo in aula. Quei genitori e tutti quelli che vennero dopo ci stanno aiutando moltissimo a cambiare la cultura intorno a noi. Loro hanno attraversato la soglia del pregiudizio culturale, se ne sono nutriti e non vedono l’ora di raccontarlo in giro.


Paolo Mai

Maestro, fondatore dell’Asilo nel Bosco ed esperto di educazione in natura sviluppa il suo personale metodo di insegnamento, analizzando le criticità e i punti di forza della pedagogia moderna. Seguendo gli studi più recenti, che ha ricercato in ogni angolo del mondo, Paolo Mai traccia una via che non ripercorre sentieri già battuti da altri ma che li integra all’insegna delle domande più importanti: che cosa mi aspetto dalla scuola? Che cosa mi rende felice?
Papà di quattro figli, maestro e cofondatore dell’Asilo nel Bosco e della Piccola Polis, è diplomato in Neuroeducazione ed educazione emozionale presso l’Università di Cordoba, in Argentina. Ex attivista Greenpeace è coautore di L’Asilo nel Bosco, Un nuovo paradigma educativo (Edizioni Tlon, 2016),  autore del libro La Gioia di Educare, pedagogia della bruschetta (Edizioni Tlon 2018).  Tiene seminari e conferenze su educazione in natura e Neuroeducazione in tutta Italia. E’ delegato italiano della rete internazionale RIIEB ( red internacional educacion emocional y bienestar)

 

 

I Nostri Corsi in tutta Italia: https://www.asilonelbosco.com/wp/prossimi-corsi/

 

 

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